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Bagliori del passato, luci del presente. Dalla scuola di Sommaruga al Joint Project

Lectio della prof.ssa Maria Gioia Tavoni, pronunciata il 20 ottobre 2017 presso la Società Letteraria di Verona, in occasione del Seminario Stampa in torchio e libri d’autore: il Vivaio dell’Arte Tipografica veronese.


Dopo aver letto l’intervento con cui Gian Paolo Marchi apriva il 15 settembre di questo stesso anno, su Arena.it, le celebrazioni del Centenario di Renzo Sommaruga, gli scrivevo affettuose parole di ammirazione, pregandolo di continuare a impegnarsi per rianimare un mondo fatto d’arte che è stato proprio di Verona, e di farlo in vista di ciò che la città può ancora donare ai giovani, i quali, se conoscitori del passato, ne potranno essere testimoni nel presente.

Così mi rispondeva, fra l’altro, il caro collega dicendomi dapprima di aver gradito le mie parole le quali contribuiranno a non indurlo alla resa dato che in certi momenti di sconforto aveva pensato perfino di abbandonare la propria ‘militanza’ giornalistica: «E speriamo che la tradizione della stampa in torchio non si interrompa, l’interruzione comporterebbe uno strappo non risarcibile se non a prezzo di enormi fatiche», soggiungendo: «Questo era quel che pensavo scrivendo l’articolo».

Nessuna inclinazione nostalgica nei confronti del passato animava le mie parole né la riflessione di Gian Paolo Marchi nel riandare a tempi neppure tanto lontani. Anche per dare risposte a tante domande e osservazioni (soprattutto dei giovani) in merito a tutto quello che non è oggi, non si deve infatti indulgere al passato. All’espressione più usata «a che serve?» bisogna saper rispondere:  serve tutto ciò che è arte, estetica, ricerca del meglio, in ogni genere di produzione di oggi e del passato perché, come diceva Paolo Terni della musica classica, la ricerca la può rendere presente. E in questo modo oggi abbiamo una maggiore possibilità di scelta, una ricchezza di movimenti, un ampio spettro di interventi, una riserva di fantasia e di invenzione che dovrebbero farci più sicuri e quindi più contenti.

Il pensiero di Marchi e mio era dunque sorretto unicamente dalla forte consapevolezza della necessità di preservare mestieri antichi d’arte, la cui estinzione potrebbe favorire l’arida globalizzazione in un settore che, soprattutto in Italia, in particolare proprio a Verona, è stato spesso nei confronti dei giovani una valvola tale da consentire loro di sprigionare fantasia e ardimento, portando il processo creativo alla massima estensione in termini di qualità.

Ed è un processo che ancora non si è arenato.

Non è forse Erica Apolloni, giovane ora poco più che trentenne la quale, nel 2012, dopo la laurea triennale, ha dato fuoco alle micce gettandosi a capofitto nella «privatissima arte nera» con la propria tesi magistrale e, non contenta, si è ingegnata pubblicando da sé medesima con Le Edizioni ArteNera «dedicate a quei Maestri che sanno farsi piccoli per insegnare agli altri a diventare grandi»?

Non sono forse state le sue iniziative che l’ hanno meritevolmente portata, insieme con artiste quali Anna De Franceschi e Sonia Gavazza, ad assicurarsi nel 2017 un ambito premio al concorso “under 30” di Torrita di Siena?

Ed è sempre Erica, ancor prima che lei stessa approdasse in qualità di assistente a quel Joint Project che insieme a Renzo Sommaruga sono i protagonisti di questa giornata celebrativa, ad avere dedicato al più eclettico degli stampatori al torchio, poeta-musicista-pittore-scultore per il quale Guareschi coniò, come è noto, il termine «stampittore», un capitolo della tesi con pagine tessute con grande ammirazione e intessute di sapienza ricognitiva e interpretativa delle sue carte.

Non sarà inutile ricordare che stampare al torchio non è di tutta la produzione che nel Novecento s’ispira alla rievocazione umanistica, rinnovandone tuttavia il linguaggio in alcune sue componenti. Non si può stabilire infatti un’equazione fra tipografia manuale e uso dello strumento primigenio con cui si ottenevano le prime pubblicazioni. La continuità nella produzione a stampa di tale binomio perfino inscindibile è anch’essa caratteristica propria di Verona e dei suoi impegnati esecutori.

Nelle pagine di Erica, documenti alla mano, ceduti in gran parte con grande liberalità dalla moglie di Sommaruga, Giovanna Brentegani, si viene a conoscenza che dopo essersi buttato personalmente nell’agone della stampa con l’aprire nel 1963 una propria tipografia che darà fuori circa quaranta volumi d’arte ottenuti con caratteri mobili ed anche con torchio sia tipografico che calcografico, lo stampittore elaborava nel 1982 un ulteriore aulico progetto: aprire a Verona una Scuola Internazionale di Alta Tipografia. Sommaruga più che accarezzare un sogno si dispose fin da subito con grande consapevolezza a riempire di contenuti il proprio progetto, teso a impedire non solo che si oscurasse la grandissima tradizione locale, ma a farne invece il volano del recupero di mestieri, attività, diffusione del buon gusto in anni in cui già si avvertiva la perdita dell’aura per le «Arti, intese nelle loro espressioni più nobili», come suonano le parole della bozza del suo Statuto.

Da altri documenti risulta che nulla era lasciato al caso, a cominciare dalla formazione di un Comitato d’onore d’eccezione, a sostegno della progettazione, nel quale avrebbero dovuto figurare le direzioni dei maggiori musei europei di antico regime tipografico: dal Gutenberg Museum di Magonza, al Plantin-Moretus di Anversa, passando per quello anch’esso celebre di Lione, oltre all’italiano Bodoni di Parma, affiancate dalle capitudini bibliografiche del mestiere «del piombo e del torchio».

Per salvare «l’arte della stampa tipografica classica», secondo Sommaruga si sarebbe dovuto inoltre ricorrere agli specialismi di varie realtà per poter disporre, ad esempio, di caratteri di stampa fra i migliori.

Gli specialismi mi portano a dire che a Bologna, da dove provengo e dove ho maggiormente studiato il libro in diverse sue fenomenologie, mai è stata dismessa la ricerca dell’arte dei caratteri di stampa, che nella città ha origini antiche. Anche recentemente ne è provata la continuità dalla mostra che si è aperta nel settembre del 2017 al Museo locale del Patrimonio Industriale, dedicata al type design e al suo metodo Francesco Simoncini (1912-1975), produttore di caratteri tipografici per linotype.  Pure l’altra mostra, sempre del settembre, presso la Biblioteca Poletti di Modena, imperniata sulle font particolarmente innovative di Maurizio Osti (Bologna, 1944), è segno in tale direzione, teso inoltre a dimostrare che gli sperimentalismi possono divenire pratiche artistiche, impedendo forzate preclusioni nei loro confronti.  Non è un caso che Osti sia da tempo, oltre che artista di caratteri, affermato artista visivo   impostosi anche con propri libri d’avanguardia.

Ecco un continuum che non è solo Storia sebbene poggi su aspetti lontani dai presupposti che animavano Sommaruga. Si consideri che Bologna da industre borgo medievale è divenuta città metropolitana, mentre Verona è ancora un centro urbano espressione di grandi tradizioni, e pertanto ha maggiori chances per salvare proprio l’ars artificialiter scribendi, innervata non unicamente nel suo  passato remoto.

Si consultino ora le carte che contengono il programma della Scuola alla quale avrebbe voluto dare vita Sommaruga. Si noterà dapprima la durata dei corsi, circoscritta a soli tre mesi, e restrizioni nelle presenze, al massimo dieci allievi per ogni corso, sebbene «di qualunque età». Al termine del budget di lezioni teoriche e pratiche che avrebbero permesso, sotto la guida del magister e possibilmente di un suo assistente, di giungere alla ‘costruzione’ di un libro d’artista, spiccano fra le lezioni teoriche le ore destinate a «la perfetta unione: la realtà e l’immaginario» e, fra quelle destinate alla pratica, l’approfondimento di tutto ciò che concerne la conoscenza dello «studio del materiale da stampare».

La grande differenza con quanto è stato fatto sempre da Verona e dai suoi più illustri figli che hanno voluto, come Alessandro Zanella (1955-2012), porgere ai giovani il proprio alto magistero per educarli e crescere in una nicchia che sembra ora finalmente palpitare in varie e sempre più dinamiche direzioni, è che con il Joint Project si sono riuscite a coinvolgere non una ma molte istituzioni. Sebbene all’Università, Zanella, invitato sempre dall’infaticabile Gian Paolo Marchi, insegnasse la sua arte dal 2003 al 2009 a decine di studenti, audace iniziativa che consentì di sostenere la rinascita del «Sidus Iuliarium resurgit», ovvero la stella dei Giuliari, «i conti-editori veronesi», l’Università non fece mai proprio un progetto teso a rendere continuativo e operante un settore legato non unicamente all’estetica che affonda le radici nella città, ma proiettato a divenire pure àmbito di lavoro per giovani dotati. Non riuscì infatti a coinvolgere altri terminali necessari per creare un vero e proprio ‘cartello’ in vista del fine comune da perseguire.

È proprio qui che invece si salda il passato e il bagliore intravisto da Sommaruga, ovvero fare della Scuola Internazionale di Alta Tipografia un punto anche di raccordo con molte altre istituzioni, con ciò che oggi è divenuta piena luce, grazie alla lungimiranza del Dipartimento di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Verona e all’impegno, in particolare, di Daniela Brunelli, direttrice della Biblioteca centrale A. Frinzi, e di tutto lo staff impareggiabile che ne ha sostenuto l’iniziativa. Sono stati infatti i titolari del Corso di Laurea in Lingue e Culture per l’editoria, e soprattutto il referente scientifico Anna Bognolo, ordinaria di Letteratura spagnola, da anni protesa a coordinare e seguire i progetti in seno alla storia del libro e della stampa, ad averne reso possibile l’attuazione.

Al Joint Project che celebra la sua seconda tornata e che vede oggi riuniti i giovani meritevoli di premi e di diplomi, si sono affiancati altri docenti di rarissimo impegno e qualità, come Lucio Passerini, un ‘maestro’ a tutto tondo per il quale l’insegnamento non è mai solo pratica, ma amore corrisposto, come è avvenuto anche con coloro che si sono formati con lui nel «vivaio» universitario della città scaligera. E che di vivaio si tratti basti pensare che il corso trova la sua ideale collocazione nelle ampie sale della Cooperativa sociale Centro di lavoro San Giovanni Calabria, che ha animato anch’essa il progetto, con le lezioni e l’utilizzo del torchio nel luogo già sede di una serra dove si coltivavano orchidee.

Non ci si lasci pertanto andare a recriminazioni improprie; non si dica che quelli di Sommaruga «erano altri tempi». Verona con il  Joint Project  non solo li ha saputi rinverdire, ma è riuscita a farne il fiore all’occhiello della particolare attività che guida le mani ad esprimere ciò che il pensiero, la creatività hanno sempre concesso di coniugarsi con le varie abilità proprie dell’ artigianato artistico, una delle maggiori caratteristiche di quel made in Italy, come spesso ho avuto modo di ricordare, di cui si era perso da anni il primato.

Diverse e su vari livelli sono sicuramente oggi molte espressioni che si configurano fra i libri d’artista, o dell’arte nel libro, nel panorama nazionale, come in quello internazionale. Vi sono espressioni non più solo sul supporto carta; altre affidate prevalentemente alla fotografia; altre ancora non dovute al torchio tipografico attraverso il quale è possibile rilevare l’intimo connubio testo-immagine con le immagini ricavate anch’esse dalla pressione e da antichi strumenti che sanno fendere le matrici. Forme aniconiche dovute ad altre tecniche tengono il campo su più fronti, e anche molte e differenti manifestazioni stanno imponendosi dovunque, ricorrendo pure all’uso intelligente delle moderne tecnologie.

Per ogni contrada l’importante è che l’editoria di pregio continui la sua strada,  ancorandosi a quei criteri volti a valorizzare le esperienze in vista del mantenimento o del recupero del «gusto» che significa soprattutto creare prodotti mai desueti, capaci di smarcarsi dall’anonimato, frutto possibilmente della sensibilità di giovani protesi a incanalare i propri entusiasmi ed energie nell’arte.

È infatti necessaria la consapevolezza che proprio le risorse giovanili con la loro sensibilità possano guidarci a guardare al domani, in maniera meno apocalittica con cui siamo soliti farlo.

Verona ha iniziato un percorso di formazione che può aprire sbocchi in varie direzioni: non si abbandoni pertanto l’esperienza intrapresa ma la si continui a vivificare proprio perché, come recitano le parole del Joint Project, in Italia «l’arte tipografica è sempre stata una delle attività protoindustriali più avanzate» e Verona dell’ «arte nera», come si sa, ne è sempre stata un caposaldo. Si continui pertanto l’esperienza perché si possa dire che Verona, caposaldo delle espressioni artistiche per le quali era esaltata fino a Sommaruga e a un passato prossimo, di cui in questa sala si riconoscono alcuni fra i migliori suoi interpreti, continui a proporsi per esserlo nel futuro.

Ciò che fino ad ora sono andata dicendo non è che il modo con cui ho cercato di interpretare quanto già si legge nella locandina in calce all’invito di questa importante manifestazione: passaggi rapidi ma che alzano il sipario sul passato predisponendosi al continuum.

Lasciatemi pertanto chiudere ritornando alle parole premonitrici del collega Marchi, le stesse con le quali è cominciato il mio intervento: «l’interruzione [per Verona] comporterebbe uno strappo non risarcibile se non a prezzo di enormi fatiche». Alle sue parole aggiungo solo che lo strappo farebbe perdere una delle maggiori e migliori identità della città, con tutto ciò che tale rinuncia può comportare in previsione di chiudere un settore di studio e di lavoro in un momento come l’attuale in cui sembra invece di assistere perfino all’etching revival, che può portare anche ad «un nuovo matrimonio» fra stampa manuale e illustrazione.

Maria Gioia Tavoni, Ordinaria di Archivistica Bibliografia Biblioteconomia, Università di Bologna