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Mediazione interculturale e Pedagogia per vincere le sfide dell’immigrazione

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25Se fino a oggi la “Mediazione Interculturale” ci ha resi capaci, attraverso strumenti linguistici, abilità analitiche e psicologiche di comprendere la diversità, di comprendere lo “straniero” – e di aiutarlo nel suo percorso di inserimento. La “Mediazione Interculturale” è, insomma, del tutto innovativa.

Lo possiamo vedere, a proposito di mediazione interculturale, dai contenuti del Master in “Intercultural Competence and Management”, organizzato dal Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona.

Sappiamo che l’Unione Europea sviluppa una politica comune dell’immigrazione. Si pensi agli articoli del Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)  che disciplinano e assicurano “in ogni fase, la gestione efficace dei flussi migratori, l’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri e la prevenzione e il contrasto rafforzato dell’immigrazione illegale e della tratta degli esseri umani”.

Se questa della UE è una buona base di partenza, tuttavia occorre andare oltre. Questo al fine di comprendere a fondo la questione immigrazione, dotandoci di strumenti che al di là di ogni competenza giuridica possano favorire la pratica efficace della Comunicazione Interculturale.

 

L’IMMIGRAZIONE, FENOMENO CHE APPARTIENE ALLA STORIA DEL GENERE UMANO
La Storia ci insegna che gli esseri umani hanno sempre voluto scoprire cosa ci fosse oltre i confini che in maniera spesso innaturale avevano costruito. Basti pensare che le spedizioni verso i nuovi continenti, a partire dalla scoperta dell’America, hanno ispirato intellettuali di ogni Paese. Esploratori erano intenti a scoprire cosa si celasse nella diversità, che talvolta sfumava di fronte ad una comune matrice chiamata vita.

Le conseguenze delle dominazioni coloniali nella storia ci insegnano altro, è vero, ma basti pensare che anche se sono stati necessari secoli e guerre purtroppo ancora in atto, la società è giunta di fronte alla chiara percezione di un necessario modus operandi interculturale, nel rispetto e attraverso la conoscenza dell’altro.

Occorre pertanto avere presente il significato profondo di “Intercultura”. Prima di tutto il suo suffisso “inter” fa emergere un’interessante riflessione: è come se dal principio venisse rilevata una posizione intermedia (il mediatore interculturale si trova tra due o più culture) nella quale il mediatore interculturale, o qualsiasi altro soggetto interessato, opera e così rende spontaneamente tutto il processo molto più neutrale.

Il termine rimanda inoltre ad un incontro tra diverse culture. Il fatto di ritrovarci “tra diverse culture” implica il naturale superamento delle stesse, quali “culture statiche”. Infatti, in una società in continuo movimento è impossibile rimanere in una posizione di fissità.

Risulta, quindi, necessario un attraversamento delle stesse culture e quindi una conoscenza che si tramuta inevitabilmente in percezione dell’Altro, come fonte di arricchimento e come occasione di andare oltre i confini per creare ponti che consentano uno scambio interculturale proficuo.


I PREGIUDIZI E LA MEDIAZIONE INTERCULTURALE
In molti ricorderanno la “favoletta” dell’uomo nero cattivo, il quale  qualora non ci fossimo comportati da bravi bambini ci avrebbe rapiti. Bene, credo che inconsapevolmente, seppur si tratti di un’ innocente storiella,  rifletta una xenofobia silente trasmessa negli anni.

Infatti l’esperienza di contatto con  il “diverso” una trentina di anni fa era sporadica. I bambini e gli adulti  si trovavano così immersi in un contesto sociale in cui non era possibile confrontarsi con molte culture differenti. Di conseguenza, in un periodo molto importante per l’apprendimento, ovvero l’infanzia, i bambini sono stati spesso vittime dei preconcetti e delle paure trasmessi dalle generazioni precedenti. Preconcetti e paure che solo la coscienza data dalla maturità avrebbe potuto spazzato via.

Spesso gli adulti inconsapevolmente  hanno gettato un potente concime sotto l’albero della xenofobia. Lo si evince banalmente anche dall’immagine dell’uomo nero maligno. E’ ovvio che si si tratta solo di un esempio, dal quale però è possibile prendere spunto al fine di comprendere che, così come da una favoletta può nascere il timore di intere generazioni, da un articolo posto in essere da giornalisti avversi al fenomeno dell’integrazione possa nascere un’immagine falsata del migrante che viene dunque  diffusa dai mass media.

Basti pensare alla rilevanza mediatica che viene data ai fenomeni criminali compiuti da cittadini stranieri, a scapito di storie di integrazione come quella di Ripabottoni, un paesino nel Molise in cui  i cittadini, affezionati ai propri immigrati nel gennaio di quest’anno si sono ribellati alla chiusura del centro di prima accoglienza. Questo fatto ha per l’appunto avuto pochissimo spazio nell’arena mediatica.

Sono dunque fermamente convinta che la vera rivoluzione interculturale debba partire prima di tutto dalla pedagogia interculturale, disciplina che necessita il supporto di un’azione mediatica altrettanto interculturale.

Solo così – con un’azione di mediazione interculturale da parte dei media – le generazioni che seguiranno potranno essere all’altezza di questo mondo “glocale”, ovvero tendente in contemporanea a un processo di localizzazione e di globalizzazione.

Luana Martino
Diplomata al Master di CSI-UniVerona in “Mediazione e Comunicazione interculturale nelle organizzazioni e nelle relazioni internazionali”
(Da quel master in presenza è poi nato l’attuale Master in Intercultural Competence and Management – Comunicazione, Mediazione Interculturale e Gestione dei Conflitti)

 

 

 

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