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Femminicidio, quando la nazionalità influenza i media. Due casi a confronto

Femminicidio - media e casi di cronaca nera - Centro Studi Interculturali - UniVerona

In questo articolo di Graziana Solano, il tema del femminicidio viene letto attraverso l’analisi di due casi di cronaca. Si vuole qui evidenziare come la nazionalità influenzi le narrazioni della stampa sull’autore di reato.

Il mese di novembre 2018 si apre con un femmicidio. Siamo a Sala Consilina, in provincia di Salerno. Qui il pomeriggio di sabato 3 novembre 2018, Gimino Chirichella uccide l’ex compagna Violeta Mihaela Senchiu.

Secondo quanto riportato dal giornale locale “La città”, l’uomo – che non avrebbe accettato la fine della relazione – sarebbe arrivato all’appartamento con due taniche di benzina. Una volta versato il liquido sul pavimento avrebbe dato fuoco a Violeta.

La donna, che al momento si trovava seduta davanti al camino, non ha avuto scampo. Dopo quasi venti ore di agonia, Violeta è morta la domenica del 4 novembre, nell’ospedale Cardarelli di Napoli.

Facciamo adesso un salto indietro e andiamo allo scorso giugno. In questo caso viene resa pubblica la condanna a 30 anni di carcere di Moussad Hassane, accusato dell’omicidio di Antonia D’Amico, avvenuto sabato 16 maggio 2015.

Stavolta siamo a Lodi e a poche ore dall’assassinio la donna viene trovata nuda nel suo letto, ferita a morte al petto da tre colpi di stiletto. Secondo quanto riportato dal giornale locale “Il Cittadino”, diversi elementi farebbero pensare che i due si frequentassero.

Come detto sopra, ci troviamo davanti a due femmicidi similari che però lo stesso giornale, Il Messaggero, tratta in modo diverso.Per capire bene di cosa stiamo parlando, prendiamo in considerazione la versione online del quotidiano e mettiamo a confronto le due notizie.

ANALISI DEI TITOLI

Se nel caso di Lodi si mette in primo piano la non cittadinanza italiana dell’aggressore, tenendo anche a specificare il suo essere “immigrato” e pure “clandestino”, nel secondo caso il soggetto scompare, lo si lascia implicito.

L’essere uomo comunitario, regolare e italiano di Gimino Chirichella non sembrerebbe indispensabile da inserire. Perché nel caso di Moummad Hassane si reputa opportuno aggiungere questo tipo di dettagli? Primo quesito. In secondo luogo, si noti l’uso della parola “clandestino”.

A tal proposito, è bene ricordare come la stessa Carta di Roma – protocollo guida per dare informazioni corrette su richiedenti asilo, rifugiati, vittime di tratta e migranti – raccomandi fortemente ai giornalisti di evitare l’utilizzo di questa espressione, oltretutto non corrispondente ad alcuna condizione giuridica.

Per la legge, infatti, il clandestino non esiste.  La parola non compare né nel testo della legge Bossi-Fini né nel testo unico sull’immigrazione che all’articolo 10 bis disciplina il cosiddetto “reato di clandestinità”, che tuttavia non usa mai questo termine, definendolo invece: “Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”.

Né tantomeno il reato di clandestinità è menzionato nel pacchetto sicurezza che lo ha introdotto, quale la legge 15 luglio 2009 n. 94. Ne risulta quindi essere un’espressione molto usata dalla politica e dai media, pur senza un riferimento giuridico.  

 Se nel primo titolo poi compare una dichiarazione del figlio della donna – dichiarazione che è anche denuncia politica per la mancata espulsione dell’uomo – nel secondo si taglia corto, sebbene, come vedremo, anche Gimino Chirichella non sia esente da reati. Nel suo caso la vita da criminale però non viene specificata.

Se nel caso di Lodi si mette in primo piano la non cittadinanza italiana dell’aggressore, tenendo anche a specificare il suo essere “immigrato” e pure “clandestino”, nel secondo caso il soggetto scompare, lo si lascia implicito.

L’essere uomo comunitario, regolare e italiano di Gimino Chirichella non sembrerebbe indispensabile da inserire. Perché nel caso di Moummad Hassane si reputa opportuno aggiungere questo tipo di dettagli? Primo quesito. In secondo luogo, si noti l’uso della parola “clandestino”.

A tal proposito, è bene ricordare come la stessa Carta di Roma – protocollo guida per dare informazioni corrette su richiedenti asilo, rifugiati, vittime di tratta e migranti – raccomandi fortemente ai giornalisti di evitare l’utilizzo di questa espressione, oltretutto non corrispondente ad alcuna condizione giuridica. Per la legge, infatti, il clandestino non esiste.  

La parola non compare né nel testo della legge Bossi-Fini né nel testo unico sull’immigrazione che all’articolo 10 bis disciplina il cosiddetto “reato di clandestinità”, che tuttavia non usa mai questo termine, definendolo invece: “Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”.

Né tantomeno il reato di clandestinità è menzionato nel pacchetto sicurezza che lo ha introdotto, quale la legge 15 luglio 2009 n. 94. Ne risulta quindi essere un’espressione molto usata dalla politica e dai media, pur senza un riferimento giuridico.  

 Se nel primo titolo poi compare una dichiarazione del figlio della donna – dichiarazione che è anche denuncia politica per la mancata espulsione dell’uomo – nel secondo si taglia corto, sebbene, come vedremo, anche Gimino Chirichella non sia esente da reati. Nel suo caso la vita da criminale però non viene specificata.

Se guardiamo poi alla scelta di inserire nel titolo la dichiarazione del figlio di Antonia, sorgono diverse domande. Sono parole che agiscono solo come rappresentazione del dolore e della rabbia di un figlio per la morte brutale della madre? Potrebbero essere un mezzo per rappresentare il malcontento popolare di una fase politica di odio razziale? E perché, poi, nel titolo del caso D’Amico, si sceglie un titolo breve, neutro e privo di dichiarazioni “calde”? 

VERITÀ E OBIETTIVITÀ: COSA DICE IL CODICE DEONTOLOGICO DEI GIORNALISTI

A tal proposito, il codice deontologico dei giornalisti è molto chiaro. Tra i principi cardine della professione si legge infatti che il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche.

Senza dimenticare che è: “[…] obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”, così come cita in parte l’art. 1 del Testo unico dei doveri del giornalista, approvato dal Consiglio Nazionale Ordine dei Giornalisti (Cnog) nella riunione del 27 gennaio 2016.  “Il bene della verità sostanziale dei fatti può essere salvato solo dal senso di responsabilità e dalla correttezza dei giornalisti”, si legge nel sito dell’associazione della Carta di Roma.

Ma cos’è la verità sostanziale? Per definizione viene intesa come quella verità che non è contaminata da inesattezze secondarie o marginali, quindi capaci di aggravarne la valenza diffamatoria.

Per metterla in soldoni, si tratta di una verità che non presenta elementi in grado di ingigantire o sminuire l’entità di un fatto, per esempio; o che possano infierire sulla colpevolezza di un autore di violenza, o ancora, che portano a una visione distorta dell’evento o delle persone coinvolte, tramite un linguaggio non propriamente professionale. Si può dire lo stesso leggendo i due articoli di cronaca?

Segue poi il principio dell’obiettività, altro punto fondamentale della professione giornalistica. Con “obiettività” si intende – affidandoci alla definizione offerta dalla Treccani – “l’atteggiamento di chi vede e giudica persone, eventi, circostanze con realismo e imparzialità, ed è quindi esente da pregiudizi e da passioni personali”.

Il lavoro di un giornalista deve quindi essere una ricostruzione scevra da parzialità di quanto accaduto. Quindi, anche nel ricostruire due fatti di cronaca bisognerebbe mantenere un atteggiamento imparziale.

Se il giornalista intende dare una propria opinione o visione può farlo, infatti, ma solo dichiaratamente e mai ricorrendo a processi che il lettore non può vedere.

In questo caso, si corre il rischio di far passare un’opinione, un approccio personale o una visione soggettiva per contenuto informativo. Per verità sostanziale, per l’appunto.

Sottolineare lo status di immigrato (nonché inserire la parola “clandestino”, giuridicamente non esistente) di Moummad Hassane è davvero utile alla ricostruzione dell’omicidio? È verità sostanziale? Guardando ai due titoli c’è imparzialità?

ANALISI DEI TESTO DEI DUE ARTICOLI

Nel caso di Lodi, l’articolo si apre con due parole, corrispondenti al nome e cognome dell’assassino di Antonia D’Amico: Moussad Hassane. Nome straniero in prima battuta. Nel secondo caso, il nome di Gimino Chirichella, responsabile della morte di Violeta Senchiu non compare.

Si noti poi come nel caso di Lodi si legge: “[…] donna separata uccisa con tre coltellate al petto dall’immigrato egiziano […]”, nel caso di Sala Consilina troviamo: “[…] una donna di origine rumena, Violeta Senchiu, è stata uccisa dal suo convivente […]”.

Osserviamo bene: quello che salta all’occhio è che l’evidenza data non è a entrambe le vittime o a entrambi gli autori di reato, ma alla nazionalità di un assassino – egiziano – e di una vittima – rumena. Se in un caso il soggetto è l’assassino che uccide, nell’altro è la vittima che subisce.

Se ci fosse stato un trattamento imparziale dei due casi le cose sarebbero andate diversamente? Facendo due esempi banali: “Donna uccisa da egiziano” e “Donna uccisa da italiano”, oppure “Una donna italiana è stata uccisa dal suo ex frequentante” e “Una donna rumena è stata uccisa dal suo convivente”.

Ci si chiede a questo punto se siano elementi indispensabili per la ricostruzione dei fatti. E qui ritorna la domanda allora: è verità sostanziale la nazionalità romena di Violeta Senchiu?

Non è finita qua. A partire dalle prime righe illustrate sotto si nota la contrapposizione tra “l’immigrato” da una parte e “l’uomo” o “il 48enne” dall’altra.

Inoltre, se di Moussad Hassane si continua a sottolineare il suo essere clandestino e soggetto meritevole di espulsione per via delle denunce di Antonia – chiudendo l’articolo con il riferimento alla lettera che il figlio della vittima vorrebbe scrivere a Salvini – nel caso di Gimino i precedenti penali a suo carico non vengono menzionati.

Un “già noto alle forze dell’ordine” sembrerebbe sufficiente. Ma per cosa era già conosciuto Gimino Chirichella? Violenza sessuale, sfruttamento della prostituzione, spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione di esplosivo: queste le prime accuse. Nel 2007 viene poi condannato dal Tribunale di Sala Consilina a 7 anni di reclusione e 6500 euro di multa per violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione.

Tre anni dopo arriva un’altra condanna dallo stesso tribunale, stavolta per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Gimino Chirichella viene poi arrestato nell’ambito dell’inchiesta Agorà. Alla fine del processo di primo grado viene condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione e 7mila euro di multa.

Nel 2016 finisce di nuovo nei guai per detenzione di materiale esplosivo. In tal caso i carabinieri trovano nel sottoscala della palazzina – la stessa in cui Violeta è stata assassinata – quattro ordigni di fabbricazione artigianale, dall’alto potenziale distruttivo.

IL POTERE DELLA STAMPA. LA DIFFUSIONE POPOLARE DEL MESSAGGERO

Gli articoli presi in analisi, come detto prima, sono pubblicati dalla stessa testata, Il Messaggero. Piemme, conosciuta per essere la concessionaria ufficiale del quotidiano, è considerata tra le principali concessionarie di pubblicità in Italia.

Secondo i dati da questa riportati – forniti a loro volta da Accertamenti Diffusione Stampa (Ads) – Il Messaggero nel 2017 si presenta – con 100.528 copie e 1.066.000 lettori – come il quarto a livello nazionale in termini di copie diffuse.

Vale a dire in termini di copie che sono state comprate. Secondo la classifica Ads di maggio 2018, il quotidiano diventa settimo, dopo il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Gazzetta dello Sport, La Stampa e L’Avvenire.

Ciò significa che il Messaggero con la sua alta diffusione sul territorio italiano ha un potere e una responsabilità altrettanto elevati su larga parte dei lettori del Paese. Senza considerare poi il numero e le varie fasce sociali cui arrivano i suoi articoli, tramite canali quali Facebook e Instagram.

Graziana Solano
Laureata in Editoria e Giornalismo all’Università degli Studi di Verona. Si occupa di temi legati alla migrazione e al ruolo delle donne nella società

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