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Migranti, perché la comunicazione sbaglia e l’intercultura serve soprattutto a noi

Immigrazione - Migranti - Mediazione Interculturale - Master Intercultural Competence and Management - Università di Verona

22Nell’ambito del dibattito sui temi dell’immigrazione, dei profughi, della comunicazione e sulla mediazione interculturale, quali ambiti di studio e di attività professionale, ospitiamo un’intervista alla professoressa Laura Zanfrini, docente ordinario di Sociologia delle Migrazioni e della convivenza interetnica all’Università Cattolica di Milano.

L’intervista è di Barbara Minafra, giornalista e diplomata al Master in Intercultural Competence and Management (Mediazione e Comunicazione Interculturale), organizzato dal Centro Studi Interculturali, diretto dal professor Agostino Portera, all’Università degli Studi di Verona.

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Nel dibattito sull’immigrazione e l’integrazione, l’invito è a ribaltare le prospettive. Le competenze interculturali non servono solo ai cittadini stranieri. Servono a noi che li accogliamo, alle aziende che si aprono ai mercati internazionali, al mondo del lavoro che in Europa conta sempre più fuoriuscite, ai giovani che vivranno in società sempre più plurali.

Laura Zanfrini, che all’Università Cattolica di Milano insegna Sociologia delle Migrazioni e della convivenza interetnica, spiega dove sbaglia la comunicazione e perché una formazione interculturale è innanzitutto importante per noi.

Professoressa Zanfrini, per quanto si studino le migrazioni il sentimento popolare sembra andare in un’altra direzione, a giudicare dall’ondata populista.
“La sociologia ci aiuta non solo a capire i fenomeni migratori ma anche a leggere gli atteggiamenti e le reazioni dell’opinione pubblica e quello che vediamo in Europa, negli ultimi 30 anni, anche a seguito della crisi dei rifugiati, è sempre un’ambivalenza di atteggiamenti. L’Europa è un continente della paura e del rifiuto ma è anche capacissimo di mobilitazione, con centinaia di migliaia di organizzazioni e associazioni di volontari che ogni giorno si prodigano per favorire l’integrazione”.

 Non si può dimenticare il contributo economico dei migranti e nemmeno non considerare le seconde generazioni.
“Teniamo conto che a Milano, oggi, un quarto dei nuovi nati è straniero, più di un terzo dei bambini che nascono ha almeno un genitore immigrato. Riconosciamo inoltre la valenza economica, il contributo che le nuove generazioni possono dare a un’Europa vecchia dove le nuove leve che entrano nel mercato del lavoro sono molto più numerose di quelle che fuoriescono. Avremo bisogno di valorizzare il contributo di tutti. Con un’avvertenza però: non tutto si può piegare a una logica meramente economicistica. Quando, ad esempio parliamo, di rifugiati o di profughi, dobbiamo essere disponibili a fare i conti con esigenze di accoglienza che riguardano soggetti molto provati. Sono persone non necessariamente produttive e che, almeno nell’immediato, hanno solo bisogno di essere protetti e supportati”.

Quanto è importante sviluppare il dibattito interculturale?
“E’ fondamentale ma non solo e non tanto per aiutare i percorsi di integrazione. Ma perché dobbiamo renderci conto che quella italiana e quella europea è una società a tutti gli effetti multietnica. E’ una società dove le competenze di tipo interculturale diventano preziose per il funzionamento quotidiano delle nostre istituzioni. Sono competenze utili alle nostre aziende chiamate sempre più a interfacciarsi con mercati globali e con stili di consumo eterogenei, e a comprendere come cambiano i mercati per internazionalizzarsi. Abbiamo bisogno di incamerare questo tipo di competenze”.

Sbaglia la comunicazione a trattare i fenomeni migratori?
“La comunicazione a volte sbaglia nel senso che non sempre dà il quadro complessivo, mostrando tutti gli aspetti di problematicità ma anche di opportunità che questi grandi fenomeni di trasformazione sociale portano con sé. La comunicazione riflette un po’ il vizio della politica di strumentalizzare la materia, di essere pro o contro, di stare con i buoni o i cattivi. Raramente riesce a trovare un punto di equilibrio che vuol dire tanto saper cogliere gli aspetti positivi, tanto saper leggere e comprendere quelli più critici”.

Gli studi ci sono ma come diffondere e trasmettere una “cultura interculturale” al grande pubblico?
“Questa cultura manca perché non abbiamo sufficiente consapevolezza di come queste competenze servano prima di tutto a noi. Faccio l’esempio della scuola, dove siamo abituati a vedere l’educazione interculturale come un ausilio per facilitare l’inserimento dei bambini stranieri. In realtà è una competenza indispensabile per tutti i ragazzi, per i giovani che si preparano a vivere in una società che sarà sempre più plurale e interconnessa. Bisogna rovesciare la prospettiva e far comprendere come sia interesse della società ‘ospite’ avere questo tipo di competenza”.

Barbara Minafra
Giornalista, diplomata al Master in Intercultural Competence and Management  (Mediazione interculturale, Comunicazione Interculturale e Gestione dei Conflitti)

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